Diario di viaggio
La Puglia coi castelli federiciani,con le basiliche e le antiche disfide
 
 
Il mio diario di viaggio
 
Descrizione:

Non so da che cosa gli derivasse tanto amore per Basilicata e Puglia o forse è vera quella voce che lo vuole nato a Pietrapertosa anzichè a Iesi.

Sta di fatto che Federico II,grande imperatore musico poeta mecenate donnaiolo tessitore\scucitore politico,giureconsulto riuscì a mettere in piedi o a ristrutturare almeno cinquecento castelli,alcuni dei quali continuano ad avere un interesse turistico e sono fonte di studi quanto una Sistina o una Galleria Borghese.Se quelli lucani eccellano per essere stati università del diritto come il melfitano(qui vennero compilate le Constitutiones)o rifugi\regge di caccia(penso a Lagopesole e il pensiero corre a Stupinigi),i castelli pugliesi ebbero diverse e spesso inspiegabili destinazioni.

Alcuni non vennero mai visitati dall’ideatore(gli bastava sapere che esistesse il sassolino),altri furono frequentati amati divennero intricosi come regge ottomane.Credo che un interesse speciale avesse Castel del Monte a forma di corona imperiale con otto torracchioni ottagonali,inespugnabile come Castel Sant’Angelo,col grande portale realizzato in breccia corallina e scala a doppia rampa come a Fontanebleau.

Questo castello non è nato per dominare sulla spianata.Si erge a poco più di cinquecento metri.Non ha stalle nè magazzini nè cucine nè rifugi nè oscuri camminamenti nè segrete nè cortili esterni.E’ un fiore amazzonico che respina su una collina desolata.Non ha orizzonti estremi nè punti particolari di riferimento,non richiede una vista d’aquila per scrutare i d’intorni.Non ha rastrelliere con il conseguente interesse per la balistica.Non ha neppure l’atmosfera pulsatile con leggende di apparizioni.

E’ una costruzione che esce dagli schemi.Come un discorso che si tiene fuori dalle righe.Il paese di Andria,a modica distanza,non sembra avere bisogno dell’occhio a succhiello del cacciatore che se ne va per appostamenti e pedinamenti.Castel del Monte,con le sue sedici stanze con volte a crociera chiuse per lo più da un fiore,con corte centrale e imboccatura d’una cisterna che non c’è più,con i balconi privi di soglia che danno sull’imbuto è un punto magnetico come la piramide di Cheope o come l’esempio più puro al mondo di gotico,di Chartres.

Qui si veniva e probabilmene si viene per caricarsi di energia positiva per meglio sfidare i giorni.Ho sentito il bassovoltaggio e ho pensato a un filo scoperto nascosto nell’erba.Gli elementi classici dell’intera struttura sono  mutuati dal castello di Prato e dalla Porta di Capua(esempi millenari di architettura);gli elementi moderni sono offerti dalle ogive,da citazioni romaniche ormai poco leggibili come quelle sui leoni rampanti.Molti sono gli elementi allegorici.

A cominciare dai pavimenti quadrati a quattro cechi che uniscono il terreno al sovrannaturale.O come i mosaici a stella di colore opposto che indicano la casa di Davide.Le scale per salire ai piani rialzati sono a chiocciola con scalini scomodi.Transito sacrificato.Le feritoie sono pupille feline.S’incaricano di captare e di convogliare luce all’interno.Sono aiutate da possenti finestre che rendono le stanze del piano nobile più luminose di aule scolastiche.

Le coincidenze giocano un ruolo basilare nel disvelare(in parte)dubbi e sospetti.Alcune sono di natura astronomica.Fanno pensare a segreti della Volta Celeste.Sono nate per sminuire l’importanza del grande planetario di Detroit.Così i quattro uccelli con i colli di serpenti(i basilischi):son lì posti perchè dovevano pietrificare gl’ncauti.I bagni sono d’ingegneria araba.I camini monumentali hanno cappe immense che terminano a cappello di mago.Le acque di scolo venivano irretite da canalette a becco di civetta che sapevano dove convogliarle(un sistema che regge ancora oggi).Gli archi sono una presenza costante,ma non vanno oltre lo sfoggio decorativo.A sostenere la massa sono i pilastri che si lanciano in alto con lo scopo di volere alleggerire le volte.

Non c’è niente d’ingrugnato di opaco di malinconico di esoterico in una struttura nata evidentemente per trasmettere la gioia di vivere.La presenza di sedili di pietra a semicerchio,forse coperti da tappeti e cuscini,è una sottolineatura delle stanze.Come se queste fossero nate per essere aule universitarie e per racchiudere segreti eleusini che venivano seguiti da iniziati.L’unica grande trifora è a Nord e dà sulla cittadina di Andria dove sono sepolte due mogli dell’imperatore:Iolanda e Isabella.Spose fanciulle votate a matrimoni predestinati e coartati(Iolanda morì di parto quando aveva appena raggiunto lo stato puberale).

Lancia Bianca,madre di Manfredi,estremo limite di tutti gli amori federiciani non è qui.Non lo sono le numerose donne di cui Federico abusava grazie a quello jus primae noctis che gliele poneva su un piatto di Bassano.Dal 1250,anno della morte dell’imperatore)ad oggi,il castello ha subìto numerose manomissioni e trafugamenti.Molti danni ha compiuto l’antico restauro sostitutivo che toglieva il vecchio e rimpiazzava col nuovo.Certi stridori architettonici si rifanno a quell’esperienza.Molta giustizia ha reso all’originarietà il reatauro conservativo,ch’è giunto tardi.Ad invecchiamento delle galassie e con la caduta di polveri stellari.

Le adiacenze del Castello sono segnate da vegetazione spontanea:fichi pirastri lauro.A meno di duecento metri,sorge lo store per eccellenza chiamato Taverna Sforza.Buon profumo mattutino.Il fumo degli sfritti è forte e scala senza stagnare.Il vento sparge aroma di caffè a basso costo.Alla fontanina nascosta,non c’è solo il piccolo getto.Ai suoi piedi c’è il cuore di marmo con foto di Graziella Mansi,la bambina morta(1992-2000) quando “Non ancora era capace di capire la sofferenza”.

Le ceramiche del Sole Saldarelli sono l’ultima novità.Reclamizzano la forte vocazione pugliese per l’attività che riconosce in Grottaglie la migliore sede universitaria.Dal Castello fedriciano ad Andria è come andare dall’Aventino al Colle Palatino passando per il Circo Massimo.Andria è impropriamente chiamata paese.Come le grandi metropoli si sa dove nasce ma non si comprende dove fa capolinea.Si può camminare per giorni perchè è sterminata.Se questa non è Montana,è pianura Sarmatica.Non le hanno fatto balenare il sogno di diventare provincia perchè a pochi chilometri c’è Barletta bene agguerrita.Più storica.I maligni aggiungono “con una punta di finezza in più”.

Barletta ha Eraclio,l’eroe\gigante bizantino che si fingeva infante,ha il pittore De Nittis(grande come Degas il suo maestro),ha la Cantina della celebre Disfida.Andria è Andria perchè è un progetto incommensurabile,una vite senza fine.Quando avrà coperto con le sue costruzioni la pianura,si attaccherà alla coda d’una cometa.

Città viva fattiva realista ricca cereagricola commerciale dove la vita è gioco.Nessuna ha prezzi calmierati come i suoi.La Basilicata che si affaccia sulla sponda Ovest,per le spese di abbigliamento non  guarda a Bari.Gli ateliers andriani hanno una marcia in più.Ho mangiato e dormito al Corallo(quattro stelle)pieno di disponibilità.La maestosità e la finezza richiamano ai grandi Excelsior,ma i prezzi al paragone figurano stracciati.

Da Andria a Barletta è uno scherzo.Niente paragoni con i colli romani.Basta il segmento che va dalla Villa di Santa Maria a viale Dante di Potenza.Tracciato movimentato in vista del mare e delle strade che s’intersecano fino a formare ua ragnatela.Per conoscere il paese e quantificarlo,bisogna cominciare dallo scalo ferroviario.Dove sono la fontana e la piazza del Conteduca,il ristorante “A Bavett’”,il bar Fontana Cremeria.Da qui parte un delta(canali piccoli e grandi)che investe la nuova Provincia e ne fa un piatto da portata.Tutti possono controllare le specialità.Basterà allungare il collo.Queste strade sono la Diaz,la Imbriani,viale Carlo Giannone(che spacca la comunità e si consegna all’eroe Eraclio).Sulla Garibaldi è la bella chiesa cattedrale S.Sepolcro in gotico borgognone,con un’Icona bizantina di grande pregio.La vastità e la diversità col risaputo richiamano ai Colossi di San Nicola di Bari e addirittura alla San Marco veneziana la più suggestiva di stili architettonici.Il Corso Vittorio Emanuele è il grande vanto di Barletta,strada larga e diritta tempestata di negozi e di mille interessi sia commerciali che architettonici.Alla Cantina si va per via Nazareth.E’ rimasto tutto intoccato.L’atmosfera è quella piratesca.E’ strano che non abbiano inventato il Corsaro con la benda nera per traverso sul volto sfigurato.Darebbe più colore a un ambiente che nel colore naviga.Gustiamo un caffè di fronte alla chiesetta “Sine labe concepta”(già convento)e ripensiamo alle parole di Eraclio che seduto sulla spalletta dell’Ofanto,scoraggiò l’avanzata nemica col suo pianto.Piangeva(lui gigante)in quanto i barlettani l’avevano scacciato perchè piccolo nano collerico.Alla villa comunale pressochè sterminata come tutte le cose di qui,è stato dedicato un busto al genio della pittura De Nittis che fece terna con Boldini(il nano di Ferrara) e Zandomeneghi(a cui davano solo Zan).Mi aspettavo una figura mingherlina e mi trovo di fronte a un orso con la criniera.La stessa accigliatura di Giosuè Carducci.Il panorama architettonico e lo spessore di Andria e Barletta(che pure giocano a diversificarsi se non a combattersi)lo ritroviamo intatto nell’altro megastore,in quella Trani nota al mondo per le sue segrete e per una cattedrale che fa impallidire quelle canonizzate.A cominciare dalle romane.

Trani è la cittadina che più fa piedino al mare.La sua Cattedrale è un richiamo all’altrettanto bel Duomo di Acerenza in terra lucana gremito nella facciata principale di figure gotiche e con una cripta todischiana(Giovanni Todisco di Abriola fu un genio indiscusso della pittura e oltretutto “un fai da te”)nella quale aleggia il mistero di una finestrella murata.La cattedrale di Trani è a tre navate con colonne a mazzi,ha un grande matroneo,un abside spoglio con l’unica ricchezza d’un Crocifisso in catino,arcone trionfale per il presbiterio,absidiole illuminate da quadrivore(anche un rosoncino),da bifore e monofore(oltre una decina).La cripta di Santa Maria della Scala risale al XIII secolo.

E’ così maestosa che potrebbe inglobare un teatro come lo Stabile di Potenza) con tutti gli orchestrali.Non finisce qui.Sotto la cripta,siede l’ipogeo di San Leucio.Pur non eccessivamente grande,fa pensare ai camminamenti terrei di San Clemente a Roma in cui anche senza essere claustrofobici si perde il respiro.Il campanile del gioiello è a sei stadi.Sembra quello di Pomposa nel ravennate.Anche qui le finestre aumentano man mano che si sale per dare una sostenibile leggerezza alla sruttura.Il bello di questa cattedrale che sfida le più gagliarde al mondo è il mare.Il quale è così accosto che lambisce le basi e spruzza acqua alle finestre.

Non so se siano mai state trovate orate e spigole all’interno,ma non mi meraviglierei.Girare per un paese che avrebbe anch’esso presunzioni di provincia non è facile.Anche qui come ad Andria si sa dove il cammino comincia ma non si conosce il capolinea.Non è difficile disorientarsi e fare la trottola.Per via Frà Diego Alvarez si può saggiare il polso cittadino.Ma è a via Mario Pagano(il giurista di Brienza in provincia di Potenza)che il respiro si fa oceanico.A piazza Ferdinando Lambert è come trovarsi a Navona  e avere di fronte il bar Tre Scalini maestro del gelato al tartufo.

E’ un peccato che non ci siano le tre fontane e la chiesa del Borromini.Non so se il famoso quadrato della disfida sia più barlettese che tranese.Se lo contendono.Dovendo andarlo a visitare,facciamo il pensierino ad Alberobello il paese dei trulli che si regge sul turismo e sui souvenirs.Più di Pompei e di San Giovanni Rotondo che neppure scherzano.Si parte per l’arena di primo mattino.Non ci troviamo di fronte a mossi oliveti ma a foreste amazzoniche.I vigneti e i mandorleti completano il quadro.Ce ne sono così tanti che non può bastare il paragone con il mare.L’oceano ha migliore rispondenza.La campagna pugliese ha il merito o il demerito d’essere sterminata.

Ci siamo persi e vaghiamo ormai senza ua meta.Per fortuna,ci viene incontro la disponibilità di un automobilista che c’invita a seguirlo.La zona della Disfida è l’ennesimo campo di olivi.Qua e là qualche ficod’India.Arriviamo ad assaporarne,ma le spine ci bucano le mani e sono lamenti.Manca l’esperienza.Per un pugliese,sarebbe un mezzo divertimento.Il monumento che troviamo non è più grande d’un impianto verticale come ce ne sono in parchi e giardini.

Pietre poggiate l’una sull’altra a far muraglia.Sulla facciata una scritta lapidaria che fa “Nell’amore antico e tra due invasori(francesi e spagnoli)provarono che dove l’animo sovrasti la fortuna gl’individui e le nazioni risorgono”.Ma già prima,all’entrata del viottolo,avevamo trovato un cippo altrettanto significativo che fa “Bel fatto di valore italico contro l’arroganza degl’invasori in età d’ignavia”.Chi non sa di Ettore Fieramosca e di Fanfulla da Lodi(spalla e non scudiero)si ripromette di andare a rimuovere pagine di consultazione.

Leggere “La disfida di Barletta” di Massimo D’Azeglio può essere una buona occasione.Si riparte alla volta di Putignano con la convinzione che questo sia il protiro s’un tempio.Invece,Alberobello è una stella nana finita improvvidamente in un buco nero.Ne abbiamo di strada.Siamo partiti di primo mattino e ai trulli si arriverà per ora di pranzo.L’azienda agrituristica La Nicchia ci aspetta all’ingresso del paese.Quasi non crediamo ai nostri occhi perchè è un assemblaggio di trulli in mezzo a una campagna verdeggiante.Ci sono olive già buone per la raccolta.Una varietà precoce contro la stragrande maggioranza che ne avrà per un altro mese.

La puzza di stallatico è temperata dal profumo della vegetazione.Soprattutto da cespi di basilico che sembrano ginestre in fioritura.Un pranzo per tordi.Dieci antipasti e poi primi e secondi come se dovessimo foraggiarci per l’intero inverno che verrà.Visitare Alberobello è una delizia.In genere,ci si ferma ai trulli di rappresentanza.Che sono belli,ma peccano di omologazione.La vera scoperta è il mix(trulli e case moderne)aggrappolate alla piazza.Dal piazzale delle corriere ricavato nella gola si sale verso la sponda sinistra del fiume illusorio.Vicoli e vicoletti sfociano a piazza Mario Pagano non più grande d’un’aia di battitura.Poi,via Dr G.Giovè(sindaco) apre al cosiddetto Giardino dei Trulli.Piccola stradina e vasi spumeggianti di fiori.Come di fronte a un’invenzione fantastica e a un soggiorno per i nani di Biancaneve.

Una piccola arroganza architettonica spiattella via Cavallotti col ristorante Il Trullo d’Oro.Rumori di piatti stoviglie voci sedie atmosfera che si sdoppia tra una danese grondante sospetti alla Andersen e una più reale quotidiana.Corso Trieste e Trento preparano il terreno al centralissimo Corso Vittorio Emanuele che,al posto d’un fiore amazzonico immenso,sfoggia una chiesa con due caratteristici campanili:Il mercato del mese è ancora attivo.La roba non si vende,ma si regala.Le bancarelle ch si dichiarano fallimentari distribuiscono per dieci Euro dall’a alla zeta senza tener conto dello spread.Si sale per via del Gesù al Trullo Sovrano che incontriamo a piazza Sacramento.E’ l’unico ad occupare un’area perimetrale di duecento metri e ad avere un piano rialzato.Al centro del piano inferiore,la cupola svetta a quattordici metri contornata da dodici coni.

Questa meraviglia è settecentesca e fu fatta costruire per conto del sacerdote Cataldo Perta perchè ospitasse il Santissimo Sacramento.In esso riposano le reliquie dei compatroni Cosmo e Damiano e su una radice d’un ulivo millenario,proveniente da zona Maranna,c’è un grafico su scala del paese a cui hanno lavorato Di Fedele Casulli e Felice Martellotta. Nella piccola corte c’è ressa di piantine scapigliate e di qualche fiore.Bello il camino dall’elegante profilo e la ricostruzione della cucina a scopo espositivo.Al piano superiore si trovano oggetti in disuso ch’ebbero un ruolo attivo produttivo.Come l’arcolaio il granaio la macchina tessile la cardatrice.La piccola zana pascoliana(da noi è detta con’la)dondola pian piano senza che ci sia “la vecchia ed il bimbo col picciol dito in bocca”.

Dal Trullo Sovrano a piazza del Popolo è come andare da via Farini di Ravenna al monumento funebre di Dante Alighieri.Il Popolo è una piazza fatta a piazza.Sembra quella materana di Vittorio Veneto traslata e svasata.Anche qui la fontana le piante la chiesa il Municipio l’hotel Lanzillotta il monumento la pasticceria bar Gambrinus.Il vaso comunicante è rappresentato da piazza San Girolamo ch’è una specie di balcone proteso sulla zona storica o dei Trulli.Di lassù sembra di volare.Per recuperare l’antico o zona reclamizzata,si scarrucola per la scalinatella Contessa Acquaviva.

I Trulli sono in seriazione per essere fotografati.Sparsi o allineati come galline livornesi, cominciano a rione Monti e s’inerpicano per via Monte Nero.Ce n’è per tutti i gusti.Tutti profumati di calce e tirati a lucido perchè sono in veste di rappresentanza.Sfruttati come bottegucce trasteverine o piccoli empori salgono e ricadono su se stessi.E’ impossibile licenziarsi da un paese tanto caro senza portargli via qualcosa che lo rappresenti:un modellino un campanello un vaso un cucchiao una cartolina un ricamo con la scritta Alberobello.Oggetti che vengono incamerati per pochi spiccioli.L’imbrunire è mesto per due motivi:perchè ogni distacco pesa e perchè non ritroveremo davanti a noi un paese altrettanto bello ricopiato o in dècupage.mosfera che si sdoppia tra una danese grondante sospetti alla Andersen e una più reale quotidiana.

Corso Trieste e Trento preparano il terreno al centralissimo Corso Vittorio Emanuele che,al posto d’un fiore amazzonico immenso,sfoggia una chiesa con due caratteristici campanili:Il mercato del mese è ancora attivo.La roba non si vende,ma si regala.Le bancarelle ch si dichiarano fallimentari distribuiscono per dieci Euro dall’a alla zeta senza tener conto dello spread.Si sale per via del Gesù al Trullo Sovrano che incontriamo a piazza Sacramento.

E’ l’unico ad occupare un’area perimetrale di duecento metri e ad avere un piano rialzato.Al centro del piano inferiore,la cupola svetta a quattordici metri contornata da dodici coni.Questa meraviglia è settecentesca e fu fatta costruire per conto del sacerdote Cataldo Perta perchè ospitasse il Santissimo Sacramento.In esso riposano le reliquie dei compatroni Cosmo e Damiano e su una radice d’un ulivo millenario,proveniente da zona Maranna,c’è un grafico su scala del paese a cui hanno lavorato Di Fedele Casulli e Felice Martellotta.

Nella piccola corte c’è ressa di piantine scapigliate e di qualche fiore.Bello il camino dall’elegante profilo e la ricostruzione della cucina a scopo espositivo.Al piano superiore si trovano oggetti in disuso ch’ebbero un ruolo attivo produttivo.Come l’arcolaio il granaio la macchina tessile la cardatrice.La piccola zana pascoliana(da noi è detta con’la)dondola pian piano senza che ci sia “la vecchia ed il bimbo col picciol dito in bocca”.Dal Trullo Sovrano a piazza del Popolo è come andare da via Farini di Ravenna al monumento funebre di Dante Alighieri.

Il Popolo è una piazza fatta a piazza.Sembra quella materana di Vittorio Veneto traslata e svasata.Anche qui la fontana le piante la chiesa il Municipio l’hotel Lanzillotta il monumento la pasticceria bar Gambrinus.Il vaso comunicante è rappresentato da piazza San Girolamo ch’è una specie di balcone proteso sulla zona storica o dei Trulli.Di lassù sembra di volare.Per recuperare l’antico o zona reclamizzata,si scarrucola per la scalinatella Contessa Acquaviva.I Trulli sono in seriazione per essere fotografati.Sparsi o allineati come galline livornesi, cominciano a rione Monti e s’inerpicano per via Monte Nero.

Ce n’è per tutti i gusti.Tutti profumati di calce e tirati a lucido perchè sono in veste di rappresentanza.Sfruttati come bottegucce trasteverine o piccoli empori salgono e ricadono su se stessi.E’ impossibile licenziarsi da un paese tanto caro senza portargli via qualcosa che lo rappresenti:un modellino un campanello un vaso un cucchiao una cartolina un ricamo con la scritta Alberobello.

Oggetti che vengono incamerati per pochi spiccioli.L’imbrunire è mesto per due motivi:perchè ogni distacco pesa e perchè non ritroveremo davanti a noi un paese altrettanto bello ricopiato o in dècupage.

 

giovanni angiolo rubino

 

giovanni_rubino@alice.it

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